Attentato a Ranucci, Lavitola nega di essere il mandante: "Siamo amici fraterni"
Dopo due ore di audizione in Procura a Roma, Lavitola ha scelto di non rispondere ai pm ma ha reso lunghe dichiarazioni spontanee. Il suo legale: "Estraneo ai fatti, rapporto incompatibile con qualsiasi movente".

Interrogatorio a Roma: Lavitola si difende dall'accusa di essere il mandante dell'attentato a Ranucci
L'interrogatorio di Valter Lavitola in Procura a Roma è durato circa due ore. Come riferisce rainews.it, l'ex direttore dell'Avanti — indagato per tentata strage e associazione per delinquere di tipo mafioso in relazione all'attentato dinamitardo contro il giornalista Sigfrido Ranucci, avvenuto il 16 ottobre 2025 — non ha risposto alle domande dei pm, scegliendo invece di rendere lunghe dichiarazioni spontanee. Al termine dell'audizione, Lavitola e il suo difensore, l'avvocato Sergio Cola, sono usciti dal retro del tribunale e si sono allontanati in taxi senza rilasciare ulteriori dichiarazioni.
La linea difensiva: amicizia fraterna e totale estraneità
Prima di entrare in Procura, l'avvocato Cola aveva anticipato la posizione del suo assistito: "Valter Lavitola è sconvolto per le accuse che gli sono state mosse, e ciò in ragione dello stretto e fraterno rapporto di amicizia che ha con Ranucci, come confermato dallo stesso giornalista."
Al termine dell'audizione, Cola ha illustrato il contenuto delle dichiarazioni spontanee rese da Lavitola. Quest'ultimo avrebbe descritto nel dettaglio il legame con Ranucci: frequentazione continua, quasi quotidiana, rapporti tra le rispettive famiglie, reciproci favori personali. "Tutto questo chiaramente non poteva essere che inconciliabile con la condotta delittuosa che gli è stata contestata, cioè quella di essere il mandante dell'attentato", ha spiegato Cola. La scelta di non sottoporsi all'interrogatorio formale è stata motivata dall'assenza di accesso agli atti d'indagine, come previsto dall'articolo 375 del codice di procedura penale.
Il caso Gomez e il viaggio in Camerun
Lavitola avrebbe anche affrontato la posizione di Gomes Clesio Tavares, camerunense di 47 anni indagato insieme a lui con l'accusa di aver fatto da intermediario tra Lavitola stesso e il gruppo che ha materialmente eseguito l'attentato. Secondo il legale, Lavitola considera Tavares "come un figlio nel vero senso della parola" e ne ha sostenuto l'estraneità ai fatti.
Cola ha inoltre respinto l'ipotesi di una fuga in Camerun: "Lavitola si reca continuamente in quel paese, come risulta dal passaporto, e attualmente si trova lì per ragioni di carattere finanziario, seguendo un affare relativo al carbon credit."
La presenza a Pomezia un mese prima dell'attentato
Uno degli elementi indizianti più citati dalla stampa riguarda un presunto avvistamento di Lavitola il 15 settembre 2025, nei pressi della villa di Ranucci a Pomezia, circa un mese prima dell'attentato. Il difensore ha smontato questa ricostruzione: "Lavitola ha detto che la villa di Ranucci gli era familiare, nel senso che si è recato più volte lì. Assolutamente nessun sospetto o valore indiziario si può dare a questa circostanza." Cola ha aggiunto che il 15 settembre Lavitola era partito per l'Argentina, sia pure in serata.
L'avvocato ha concluso dichiarando che Lavitola ha dato la propria disponibilità a rispondere alle domande dei magistrati qualora ottenga l'accesso agli atti probatori: "Ritengo che tutto questo sia stato più che sufficiente per dimostrare la sua innocenza."
Gli indagati e i fermati
L'indagine è coordinata dal procuratore capo Francesco Lo Voi ed è attualmente seguita dal sostituto procuratore Edoardo De Santis, dopo che il pm originario, Carlo Villani, è passato a dirigere la Procura di Velletri. Nei giorni scorsi i carabinieri del Nucleo investigativo di Roma e Frascati, su disposizione della Direzione distrettuale antimafia della Capitale, hanno perquisito l'abitazione di Lavitola sequestrando telefoni e computer, ora in fase di analisi.
La scorsa settimana sono state eseguite quattro misure cautelari nei confronti dei presunti esecutori materiali dell'attentato: la coppia Pellegrino D'Avino e Marika De Filippis, residenti ad Avella, è agli arresti domiciliari; Saverio Mutone, di Sperone, e Antonio Passariello, 53 anni, originario di Cicciano e ritenuto uno dei capi del gruppo, sono stati fermati tra Napoli e Avellino. A tutti è contestata, a vario titolo, la detenzione, il porto in luogo pubblico e l'uso di ordigno esplosivo, minaccia e danneggiamento, aggravati dall'aver agito in più di cinque persone e con modalità di tipo mafioso.
L'ordigno e il sopralluogo
Secondo la ricostruzione degli inquirenti, Lavitola avrebbe dato mandato a Clesio Tavares di individuare soggetti capaci di procurarsi esplosivo e di farlo detonare davanti all'abitazione del giornalista, partecipando anche a un sopralluogo nella casa situata in una zona residenziale tra Pomezia e Torvajanica. L'ordigno posizionato davanti all'ingresso era costituito da "gelatina da cava". Il reato di strage aggravata in concorso è contestato a Lavitola, Passariello, D'Avino, Mutone, De Filippis e Clesio Tavares.
Lavitola, imprenditore ed ex giornalista-editore, è già stato coinvolto in passato in diverse vicende giudiziarie.
Source: la Repubblica