Italia condannata nove volte da Strasburgo per violenza di genere: il caso Ubeda
La Corte europea dei diritti dell'uomo ha condannato l'Italia per inerzia, stereotipi sessisti e vittimizzazione secondaria nelle cause di violenza domestica. Audrey Ubeda, 42 anni, ha vinto il ricorso dopo anni di battaglie giudiziarie.

Strasburgo condanna l'Italia: frasi sessiste del pm e indagini inefficaci sulla violenza domestica
La Corte Europea dei Diritti dell'Uomo ha condannato l'Italia per aver violato almeno nove volte la protezione delle vittime di violenza di genere, secondo quanto riporta tg24.sky.it. Tra i casi sanzionati figura quello di un pubblico ministero che aveva proposto l'archiviazione di una denuncia per violenza domestica con motivazioni che la Corte ha definito "sessiste e stereotipate".
Il pm aveva liquidato l'episodio in cui il compagno della donna — identificato come G.P. — le aveva puntato un coltello alla gola come uno "scherzo di cattivo gusto". Aveva inoltre affermato che era difficile dimostrare la consapevolezza di G.P. circa il mancato consenso della donna al rapporto sessuale, considerando che "era normale che gli uomini dovessero superare un minimo livello di resistenza che ogni donna tendeva a opporre quando era stanca della vita quotidiana e un uomo le faceva avance sessuali". La Corte ha ritenuto che tali motivazioni riflettessero una cultura sessista e stereotipata, condividendo le preoccupazioni del Grevio — il Gruppo di esperti sulle misure contro la violenza nei confronti delle donne — secondo cui simili atteggiamenti rischiano di esporre le vittime a un'ulteriore vittimizzazione secondaria in sede giudiziaria.
L'indagine giudicata inefficace e i ritardi del procedimento
La Cedu ha condannato l'Italia anche per i tempi eccessivi della giustizia civile e penale nel caso che coinvolgeva una donna di nazionalità francese e i suoi due figli. La Corte ha stabilito che il procedimento non aveva soddisfatto i requisiti di un'indagine tempestiva, approfondita ed efficace, come previsto dalla Convenzione europea. Sul fronte civile, il tribunale dei minori ha impiegato più di tre anni per revocare la responsabilità genitoriale all'ex compagno, ignorando nel frattempo le accuse di violenza.
A seguito delle obiezioni della donna, la richiesta di archiviazione del pm era stata respinta e disposta la prosecuzione delle indagini. Le autorità italiane, secondo la sentenza, non avevano riconosciuto le complesse dinamiche della violenza domestica né fornito una risposta proporzionata alla gravità dei fatti denunciati. La Corte ha stabilito che lo Stato deve versare alla donna e ai suoi figli 15.000 euro ciascuno per danni morali, più 15.000 euro complessivi per le spese legali.
La voce di Audrey Ubeda: "Una vittoria per tutte le donne"
Audrey Ubeda, 42 anni, nata in Francia da padre spagnolo e madre campana, è la donna che ha promosso il ricorso contro la giustizia italiana. La pm di Benevento aveva chiesto l'archiviazione della sua denuncia per le violenze subite dall'allora compagno. Laureata in Economia, Ubeda si definisce italiana a tutti gli effetti e oggi lavora in un'azienda nel Salernitano.
"Per me è una svolta, un nuovo inizio, mi sento come una Fenice che rinasce dalle ceneri — ha dichiarato Ubeda —. Ma la soddisfazione maggiore è aver vinto una battaglia in nome di tutte le donne, affinché mai più si ripeta un caso come quello che aveva sconvolto la mia vita."
Il processo penale e la condanna dell'ex compagno
La vicenda giudiziaria non si è fermata al ricorso europeo. La richiesta di archiviazione, giudicata sessista dalla Cedu, era stata respinta dal gip di Benevento. Il fascicolo era poi passato a un'altra pm, Marina Colucci, che ha portato il caso a giudizio di primo grado: l'ex compagno della donna è stato condannato a quattro anni e sei mesi. Attualmente l'uomo è in libertà in attesa dell'esito dell'appello, ma il Tribunale dei minori di Napoli gli ha già revocato la potestà genitoriale sui due figli.
Dopo aver trascorso alcuni anni con i figli minorenni in una comunità protetta per timore di ritorsioni, Ubeda sta oggi ricostruendo la propria vita insieme ai ragazzi di 15 e 12 anni. "Rispetto al passato siamo liberi — racconta —, ma è comunque grave che non ci sia stata nessuna misura di allontanamento nei confronti del mio ex compagno, che in teoria potrebbe avvicinarci quando vuole." Per precauzione, il figlio quindicenne evita i social network. La donna conduce il proprio impegno contro la violenza sulle donne "in silenzio e vivendo il più possibile lontano dai riflettori".
Ubeda ha espresso riconoscenza verso chi ha lavorato con determinazione sul suo caso: "Ho patito discriminazioni e ritardi, ma ho anche incontrato persone come la pm Marina Colucci, che a Benevento si è occupata in seconda battuta del mio caso e ha lavorato con grande tenacia e determinazione." Quanto al risarcimento disposto dalla Cedu, Ubeda ha annunciato l'intenzione di devolverne una parte a un'associazione locale che l'ha sostenuta nel corso degli anni.
Il contesto: l'Italia e la violenza di genere dopo il caso Cecchettin
In Italia l'attenzione sul tema dei femminicidi resta elevata, anche in seguito al caso di Giulia Cecchettin. Secondo un sondaggio realizzato da Quorum/YouTrend per Sky TG24, il 58% degli intervistati considera i femminicidi un reato più grave rispetto agli altri omicidi. Le misure ritenute più efficaci per contrastare il fenomeno sono l'insegnamento della parità di genere e dell'educazione affettiva nelle scuole, insieme all'inasprimento delle pene. Per l'83% degli intervistati, quando le donne denunciano un abuso sessuale devono essere credute.
Source: la Repubblica